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MAGGIO 2007 - ROMA.
Arrangiato, suonato e edito dai REIN
prodotto dai REIN
Musiche e testi di G. Bernardo
Rilasciato con :
CREATIVE COMMONS 2.0 NO COMMERCIAL
+ AUTORIZZAZIONE DIFFUSION
+ 
(leggi di più sul COPYLEFT)
Un grazie a
Toti Poeta per le voci su
grandtour
Simone Nanni e Augusto
Pallocca dei Cappello a Cilindro per i fiati su entrambi i
pezzi
Roberto Palermo per la fisarmonica
Emanuele Celegato per il
mandolino su "sud".
Un grande grazie anche a Stefano Manelfi che ha missato i pezzi al Sound & Multimedia di Rieti
Ringraziamo, in ultimo il Linux Club e la
Free Hardware Foundation che hanno patrocinato la realizzazione di
questo lavoro
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Grandtour (3:53) -
Testo e musica di Gianluca Bernardo
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Sud (# 2) (3:13)
Testo e musica di Gianluca Bernardo
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FOTO DEL VIAGGIO

NOTE SUL GRANDTOUR
Il Grandtour
Quella del Grandtour è la storia di una gigantesca fuga a bordo di una vecchia vespa degli anni settanta compiuta nell'estate del 2006
che pur non avendo una precisa meta si risolse nel giro completo di
tutto il meridione, da Napoli in giù, partendo una mattina di
Luglio da Roma e tornando venti giorni dopo con una visione delle cose
profondamente mutata.
Non fu una vacanza e non fu neanche un viaggio. E' più giusto
parlare di un rito di iniziazione vero e proprio dove l'esigenza di
lasciarsi alle spalle un dolore troppo grande si schiuse piano piano di
fronte alla sete di comprendere fino in fondo quello che si aveva
davanti.
Davanti c'era la parte nascosta del nostro paese, quella fatta dal
susseguirsi dei piccoli paesi di provincia, delle vecchie statali e
delle provinciali, quella fatta da un mosaico eterogeneo di genti
frettolosamente riunito nell'apparenza di una nazione.
Il Grandtour fu così una violenta storia d'amore tra due
profonde miserie: quella personale di chi fece il viaggio e quella del
meridione, delle sue brucianti contraddizioni, del suo incomparabile
calore umano, del suo incomprensibile immobilismo.
Dovettero passare molti giorni prima di cogliere che questa miseria
assolata e desolata era anch'essa umana, anch'essa figlia di Dio e
quindi violentemente poetica, dal momento che la poesia è un
elemento riconducibile all'interpretazione umana delle cose e che non
poteva essere scissa da tanta deprimente bellezza, da tanta disordinata
sete di vivere.
Con il passare dei chilometri, la strada si fuse con il motore. Il
cielo divenne improvvisamente eterno, vasto, così come vasta era
la piana di Metaponto o la vista dei due mari che si uniscono sul capo
di Santa Maria di Leuca. La terra, quella terra secca coltivata a
grano, a ulivi o lasciata libera, si schiuse come una madre
caritatevole, colmando l'incolmabile, e il cerchio si completò
quasi a riempire un tassello sulla strada che porta a crescere, quasi a
completare quel rito unico, irripetibile.
Mai giudicare. La grande conquista raccolta sull'asfalto fu probabilmente questa.
Il giudizio presuppone punti di vista saldi, oggettivi; presuppone
parametri “buoni” con cui valutare realtà “non
buone”. E' vano credere di possederne davvero.
Di fronte alle coste ai lati della settentrionale sicula sventrate
dall'abusivismo edilizio si è effettivamente tentati dal
giudizio, dal ritenersi superiori a tanto sfacelo. Ma basta entrare
dentro quelle case, sorte come funghi tra appalti e condoni, per
accorgersi che là vive un popolo straordinario, dotato di
un'umanità travolgente, fraterna, antica. Le due cose –
l'abusivismo e il calore umano – non possono essere scisse: esse
fanno parte di un contesto, dell'anima di quella parte di mondo che
inizia alle saline di Marsala e finisce sul faro di Messina. Un
contesto può essere compreso mentre è pressoché
impossibile ergersi a suo giudice.
Sulla SS 106 ionica, al cui chilometro 100 sorge la famigerata Locri,
le case vengono semicostruite nell'arco di decenni, per sfruttare la
prescrizione del reato che funziona come un condono edilizio
permanente. La gente vive tra la calce nuda e per interi pomeriggi di
viaggio non si vede altro che palazzi a due, tre piani in cemento
armato e forati. Ma se ci si ferma a chiedere informazioni è
facile essere invitati a pranzo come ospiti, trattati come figli da
perfetti sconosciuti. La domanda più ovvia che nacque fu se si
era di fronte ad una Calabria sana, generosa, accogliente da
contrapporre ad una Calabria marcia, fallita, irrecuperabile. Molto
più semplicemente si stava davanti alla Calabria, nella sua
totalità.
Cessata la sete di giudicare venne anche meno l'ostilità verso
quello che scorreva al lato delle interminabili pietre miliari. Fu in
quel momento che tutto divenne più alto, generando il senso
ultimo del viaggio e, dopo tanto dolore, delle risposte con cui
dissetarsi, così lontane dalle aspettative in cui si poteva
sperare lasciando Roma.
Nel '700 il Grandtour era un viaggio iniziatico che portava in Italia i
giovani inglesi e francesi dell'epoca, alla scoperta del paese in cui
era nato l'occidente, dei luoghi in cui erano ancora visibili le sue
rovine.
Il Grandtour del 2006 rappresentò la scoperta di un'altra
Italia, quella invisibile alle masse, quella troppe volte attaccata e
mai veramente compresa, quella degli emigranti d'america e del Lingotto
di Torino, quella della Mafia, dello stato arrendevole,
dell'omertà, quella unificata e “italianizzata”
dall'alto, con idealismo romantico, senza tenere davvero conto di chi
l'abitava. La scoperta di una parte di paese che pure è presente
nelle cartine ma che è facile considerare come semplice spazio
vuoto tra centri più importanti e famosi, come distanza da
colmare tra una bella spiaggia e l'approdo del traghetto delle vacanze.
Questo singolo è stato presentato per la prima volta a Maggio,
negli studi di Radio Città Futura, a Roma. Quando raccontammo a
Jonathan Giustini cosa c'era dietro alla canzone gli venne in mente un
parallelismo con Kerouac: “ognuno ha la sua route 66”, ci
disse.
Era difficile dargli torto.

RECENSIONE DI "GRANDTOUR" di Federica Cardia per MARTELIVE
http://martelive.org/content/view/601/842/
Etichetta: autoprodotto
in Creative Commons
Genere: combat folk con base cantautorale
Voto: 8.0
Un
singolo dal sapore estivo, cha sa di polverose strade secondarie e di
terre assolate. Musiche nate in periferia, tra le sterpaglie, nei
campeggi non organizzati e su vecchie macchine che avanzano incerte per
tragitti sconosciuti, "per i vicoli del mondo oltre i muri e le
frontiere".
I temi principali di “Grandtour” sono, come si intuisce
da subito, il viaggio e l’avventura. Uno stile di vacanza “povero”,
senza itinerari né prenotazioni in hotel: viaggi vivi e privi di
certezze, costruiti strada facendo e fermandosi dove capita, per
raccogliere, con una curiosità quasi frenetica, emozioni e impressioni
del momento.
In questo lavoro i Rein si spostano in lungo e in largo
per l’Italia e per l’Europa, riuscendo a parlare di felicità e
malinconia allo stesso tempo. Lo Stretto di Messina, Taranto, Palermo,
Lecce, Barcellona: tra una tappa e l’altra “Grandtour”, la prima
traccia del singolo, racconta di desolazione e lacrime, di luoghi
visti, vissuti e lasciati subito, di chilometri percorsi sulla statale
106, scanditi da ritmi musicali sostenuti e melodie ben costruite.
La
seconda traccia invece, “Sud” (proposta qui in due versioni), ha un
sapore più tradizionale: parla di un meridione antico, di campi
coltivati a grano, di una Roma vista come “terra di fortuna”, ma anche,
per molti aspetti, città anonima e alienante, dove è facile perdere la
propria identità nello sconfinato universo multiculturale.
Il
singolo, anticipazione del secondo disco, è stato pubblicato sotto le
licenze Creative Commons e patrocinato dal Linux Club e dalla Free
Hardware Foundation. Da ricordare il grande contributo di Simone Nanni
e Augusto Pallocca dei Cappello a Cilindro per i fiati su entrambi i
pezzi.
GranTour
Testo e Musica di Gianluca Bernardo
Scritta il 7 Agosto 2006 sulla SS 106 "Ionica"
L'estate scivolava
giorno dopo giorno
come una condanna
tra andata e ritorno
l'immensa galera
splendeva tutta intorno
sulle strade del nostro mezzogiorno
e il tempo in certe sere
si contava in distanze
e sulla 106 la ferrovia era parallela
andava verso il nulla
e dal nulla proveniva
e le ore mi facevano più grande
sullo stretto di messina
consigliai a salvatore
di piangere convinto
solo se qualcosa muore
mi chiese “come stai”?
Gli dissi “lascia stare
ho il cuore a pezzi e certe volte vorrei morire”
passavano i chilometri
e la sete di capirli
nelle lettere d'agosto
nei pomeriggi in cui non parli
e furono 100, 1000 e poi 2000
e alla fine smisi di contarli
smisi di cercare
un senso nelle cose
nel sole che moriva
dietro il filo delle case
il senso è tutto intorno
è tutto un divenire
davvero non c'è niente da capire
Taranto, Palermo,
Lecce, Barcellona
la piana dei Torlonia,
di Brindisi o Matera
davvero non pensavo
che tanta desolazione
potesse amarmi e scendermi nel cuore
e giù per le statali
l'italia quella vera
l'italia dei più furbi
coltivata a miseria
l'italia dei padroni
dei poveri in catene
l'italia che parlarne non conviene
Mi dissero quaggiù
non cambierà mai niente
i migliori prima o poi
finiscono su un treno
e se ne vanno a Roma, in America o a Torino
e ritornano per la festa del patrono
gli scioperi, le armi
le cattedrali nel deserto
lo stato dei collusi
e quello degli amici
ed ecco la tua italia, divisa e fatta a pezzi
Giuseppe, eri solo un idealista
Taranto, Palermo,
Lecce, Barcellona
la piana dei Torlonia,
di Brindisi o Matera
davvero non pensavo
che tanta desolazione
potesse amarmi e scendermi nel cuore
chiusi un poco gli occhi
oltre le apparenze
e scelsi di capire
e di non giudicare
chi giudica ha giù preso la strada per tornare
io, invece, non sapevo dove andare
Sud (# 2)
Testo e Musica di Gianluca Bernardo
scritta il 29 Luglio 2006 sulla SS 17, tra Puglia e Molise
Un sud antico coltivato a grano
un sud antico coltivato a grano
che senso ha dire che sono un italiano
che senso ha dire che sono un italiano
se le mie mani scavano da sempre
un suolo aspro coltivato a grano
madre e i tuoi occhi sul senso delle cose
madre e le mura di queste quattro case
che poi qualcuno comunque c'ha vissuta
è stata dura ma non ha mai ceduto
è stata dura e la terra è stata tutto
se pregheremo darà pur qualche frutto
madre col treno io me ne andrò lontano
sarò soldato oppure carpentiere
e tornerò con qualche lira nella mano
e ne berremo fino a stare male
che tutto questo dovrà pur finire
che dovrà starci un modo per campare
madre la terra è coltivata a grano
quaggiù restare significa morire
ma coi tuoi occhi amari come il fieno
non mi hai mai detto al mondo come stare
e prenderò la via per la statale
e dopo la Puglia mi aspetterà il Molise
e forse a Roma troverò fortuna
e passerà pure la voglia di tornare
e sarò solo un punto nelle cose
e là nessuno saprà già il mio nome
ne' quanto è stato dolce ma anche vano
vivere i campi e coltivarli a grano

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